HAMAS, FIGLIA DEL MIOPE NETANYAHU
Mentre Netanyahu sfida la comunità internazionale recandosi a Budapest in ricevimento dal suo omologo Orbàn, la prospettiva di pace è ormai lontanissima.
Hamas ha infatti annunciato di aver respinto la proposta israeliana per una tregua a Gaza con scambio di ostaggi e prigionieri.
Le ragioni sarebbero riconducibili al comportamento ambiguo di Tel Aviv, accusata da Hamas di aver più volte ostacolato le proposte dei paesi arabi mediatori per una pace più sensibile alla popolazione e al territorio palestinese.
Sembra infatti che Israele si sia stancato di avere l’organizzazione terroristica nel giardino di casa, fatto scontato ma che rientra in un’ottica più complessa.
È risaputo infatti ormai il ruolo che lo Stato ebraico abbia giocato nella formazione e nel sostentamento di Hamas, a cui ha fornito armamenti e risorse per lo sviluppo dell’organizzazione.
Una decisione presa dallo stesso Netanyahu al fine di dividere il popolo palestinese, in particolare in antitesi all’Autorità Nazionale Palestinese, cosicché non si sarebbe mai formato un fronte unico a rivendicare i diritti della popolazione.
Ora però i sionisti si sono resi conto dell’errore commesso, e stanno sfruttando la strage del 7 ottobre per finire il lavoro una volta per tutte.
Sembra che Bibi non sia nemmeno più interessato agli ostaggi, nonostante le pressioni interne dei familiari, che continuano a protestare per porre fine a questa guerra sanguinosa e riportare a casa i 59 rimasti, tra vivi e morti.
Hamas è diventata una spina nel fianco non più ignorabile, e a prova di ciò c’è la posizione durissima del governo: non si fermeranno fino alla distruzione totale dell’organizzazione.
Purtroppo, però, nel mezzo dei giochi tra potenti ci sono sempre gli impotenti che continuano a pagarne le conseguenze.