COLTIVAVA MARIJUANA, MA VUOLE TORNARE AD INSEGNARE
L’insegnante e la droga. Nel 2021, la condanna per coltivazione illecita di marijuana le aveva precluso per sempre le porte dell’insegnamento. Ora, dopo aver scontato la pena, una giovane professoressa ha avviato il processo di riabilitazione con la speranza di poter riottenere una cattedra.
La vicenda ha luogo a Treviso e solleva una riflessione importante sul tema della riabilitazione carceraria. La condanna a cui è stata sottoposta l’insegnante ricade in quella categoria di reati considerati ostativi, cioè quei delitti che il nostro Codice Penale considera gravi a tal punto da impedire richieste di sospensione della pena o misure alternative al carcere.
In questo caso, la sentenza ha portato anche al licenziamento della docente. L’unica strada rimasta per poter sperare nel reintegro è rappresentata dalla riabilitazione, che porterebbe, previo accertamento di un eventuale esito positivo da parte delle autorità competenti, alla cancellazione del reato dalla fedina penale e ad un possibile ritorno all’interno del corpo docente.
L’iniziativa dell’insegnante può contare su alcuni precedenti, come sottolineato da Giuseppe Morgante, rappresentante Uil Scuola di Treviso, come il caso di un docente che, sempre nella Marca, ha ottenuto la riabilitazione dopo una condanna per spaccio avvenuta trent’anni prima.
L’iter sarà tuttavia piuttosto lungo, ma sorge spontanea una domanda: è giusto condannare all’oblio una persona che si è macchiata di un errore, per quanto grave, quando la nostra Costituzione sancisce la funzione rieducativa del carcere, utile a rendere la stessa persona un membro nuovamente produttivo per la società? È forse troppo chiedere che una persona, resasi conto e pentita dell’errore commesso, possa nuovamente ambire al ruolo di educatore per le future generazioni?