“MIO PADRE NEI LAGER, MA CI NEGANO IL RISARCIMENTO”
Non ha diritto a un risarcimento di 80 mila euro solo perché, per il giudice, non ha saputo dimostrare di essere figlio di suo padre.
E’ la storia di Gianantonio Franchini, figlio di Antonio, uno dei circa 600 mila internati militari italiani, catturati e deportati nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Antonio Franchini trascorse due anni nei lager nazisti prima di essere liberato nel settembre 1945. Morì dieci anni dopo in un incidente sul lavoro. Solo nel 2017, alla morte della moglie, i figli, sistemando alcuni documenti, ricostruiscono la sua storia.
Dal 2004, intanto, era in corso un braccio di ferro tra Italia e Germania su chi dovesse risarcire i discendenti degli internati militari italiani. Solo nel 2022 si arrivò a un accordo tra i due paesi in base al quale il nostro paese istituì un fondo da 55 milioni di euro.
Gianantonio e i suoi fratelli, allora, presentano istanza al Tribunale Civile di Trento. La beffa arriva con la sentenza del gennaio 2026.
Insomma, un documento prodotto da un ente pubblico, il Comune di Montegrotto, e già ritenuto valido dal Tribunale tre anni prima, ora non lo è più. Peccato che si tratta dell’unico documento in base al quale i fratelli Franchini possono dimostrare di essere figli di Antonio e beneficiare quindi del risarcimento.
Il ricorso? Improbabile, almeno di non voler correre il rischio di accollarsi 35 mila euro di spese processuali in caso di ulteriore rigetto.
E poi, oltre al danno, c’è la beffa. Nel febbraio 2025 Gianantonio aveva ricevuto dalle mani del Prefetto di Padova la medaglia d’onore in memoria di suo padre. In quel caso sì, in quanto suo figlio. Medaglia che adesso minaccia di restituire direttamente al Presidente della Repubblica.