BIENNALE, EUROPA E RUSSIA: UNA QUESTIONE DI LIBERTÀ
L'Unione Europea ritira, ufficialmente, il contributo di due milioni di euro alla Biennale di Venezia. Lo fa dopo mesi di carte bollate in cui aveva minacciato l'istituzione veneziana di ritirare i fondi, qualora da Ca' Giustinian non fosse arrivato un passo indietro sulla presenza alla kermesse d'arte di artisti russi e bielorussi.
Dall'Ue ormai mancano solo i passaggi formali prima del ritiro materiale dei due milioni di euro di sovvenzione continentale. L'input politico è arrivato nelle ultime ore dalla vicepresidente della commissione, dopo che nel lungo carteggio tra istituzioni arrivato a primavera, a cui la Biennale aveva risposto punto per punto, le rimostranze europee non erano state dissipate. La Biennale, dal canto suo, si dice pronta "a far valere le proprie ragioni in tutte le sedi competenti", e mercoledì mattina si riunirà il Consiglio di amministrazione e il primo punto all'ordine del giorno sarà proprio il caso Russia.
Una diatriba che - spieghiamolo - coinvolge da un lato una delle più grandi conquiste del mondo occidentale - la libertà d'arte e di opinione - ma dall'altro ne traccia alcuni limiti proprio in virtù del periodo storico in cui viviamo. La Biennale ha sempre difeso e anzi rivendicato il proprio ruolo, di luogo d'incontro e di libera espressione artistica. L’arte non può avere confini, e come quando Pasternak raccontò nel “Dottor Zivago” la sua visione della rivoluzione russa, venendo osteggiato dall’Unione Sovietica, le nostre istituzioni occidentali oggi non si possono comportare allo stesso modo. Perché la Biennale si è trovata di fronte la censura, vera e propria, della Commissione Europea, che invece lamenta come all'interno del padiglione russo, che è di proprietà di Mosca da un secolo e per cui Putin in persona decide cosa esporci dentro, possano essere veicolati messaggi di propaganda che nulla hanno a che vedere con il concetto di libertà dell'arte. Proprio oggi, il Cremlino ha ringraziato la Biennale per aver mantenuto la collaborazione.
Ognuno tragga con la propria coscienza le sue conclusioni. Di certo c'è sullo sfondo un concetto ben più importante: la possibilità, per un organismo politico, di entrare a gamba tesa in un valore fondante come la libertà di espressione. Perché se l'Europa diventa censore, compie lo stesso gesto di un regime che - così facendo - condanna. È una dura contraddizione, ma sarà sempre così: la nostra capacità di essere democratici la dimostriamo soprattutto nei confronti di chi non lo è.