notizie / 17/06/2026 07:36

TV7 NEXT - AI, LE REGOLE ITALIANE

L’Italia muove un passo importante nella regolazione dell’intelligenza artificiale. Il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare due decreti legislativi attuativi della legge 132 del 2025 sull’AI, acronimo inglese di artificial intelligence, cioè intelligenza artificiale.
I provvedimenti non sono ancora in vigore. I testi passeranno ora alle commissioni parlamentari, alla Conferenza delle Regioni e alle autorità di garanzia prima dell’approvazione definitiva. Il quadro, però, inizia a delineare come l’Italia intenda applicare a livello nazionale l’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.
Il pacchetto interviene su ambiti molto sensibili: rapporti di lavoro, formazione, scuola, pubblica amministrazione, sanità, professioni, responsabilità penali, deepfake, sicurezza pubblica, riconoscimento biometrico e governance. Il punto centrale è semplice: l’intelligenza artificiale può essere usata, ma entro un perimetro definito, con responsabilità chiare e tutele per cittadini, lavoratori e istituzioni.
È una fase delicata. La tecnologia corre molto velocemente, mentre le norme arrivano spesso dopo. Questa volta l’obiettivo dichiarato è evitare di inseguire l’AI quando sia già troppo tardi, costruendo una disciplina nazionale organica che traduca i principi europei in strumenti operativi.

LAVORO, SCUOLA E PROFESSIONI: L’ALGORITMO NON DECIDE DA SOLO

Una delle novità più importanti riguarda il lavoro. Il decreto introduce un divieto esplicito: nessuna decisione che incida sul rapporto di lavoro potrà essere adottata esclusivamente da un sistema automatizzato. Questo riguarda assunzioni, sanzioni disciplinari e licenziamenti.
L’intelligenza artificiale potrà quindi essere utilizzata per supportare processi aziendali, analizzare dati o affiancare chi gestisce le risorse umane. La decisione finale, però, richiederà sempre l’intervento di una persona fisica con potere decisionale. Nel caso dei licenziamenti, la violazione di questa regola comporterà la nullità dell’atto.
È una tutela rilevante, perché l’uso di algoritmi nella gestione del personale può creare problemi di trasparenza, discriminazione e responsabilità. Stabilire quando una decisione sia stata presa davvero da una persona e quando sia stata soltanto confermata dopo un suggerimento automatico non sarà sempre semplice. Proprio questo sarà uno dei nodi applicativi più delicati.
Il decreto interviene anche sulla formazione. L’intelligenza artificiale entrerà nei programmi del secondo ciclo scolastico e nell’educazione civica. Sono previsti 200 milioni di euro per la formazione dei docenti: una parte destinata all’uso didattico degli strumenti, l’altra alla gestione dei rischi e degli aspetti etici.
La scelta è significativa. L’AI non può essere trattata solo come una nuova tecnologia da usare in classe. È anche un tema culturale, sociale e democratico. Studentesse e studenti avranno bisogno di capire come funzionino questi sistemi, quali opportunità offrano e quali rischi comportino: dalla qualità delle fonti alla protezione dei dati, dalla dipendenza dagli strumenti alla capacità critica.
Il tema riguarda anche università, pubblica amministrazione, sanità e professioni. Per medici e operatori sanitari, la formazione sull’AI entrerà nell’ECM, educazione continua in medicina. Gli ordini professionali avranno sei mesi per adeguare i propri regolamenti interni.
Questo passaggio è importante perché l’intelligenza artificiale sta già entrando in molte attività professionali: diagnosi assistita, gestione documentale, consulenza, analisi dei dati, progettazione, traduzione, scrittura, controllo dei processi. Senza formazione, il rischio è usare strumenti molto potenti con scarsa consapevolezza.
Il decreto introduce anche una nuova responsabilità penale per chi ometta misure di sicurezza o alteri il funzionamento di sistemi di AI ad alto rischio, quando da questa condotta derivi un pericolo concreto per la vita, l’incolumità pubblica o la sicurezza dello Stato. La punibilità per colpa sarà limitata alla colpa grave.
Il messaggio è chiaro: quando l’intelligenza artificiale entra in settori sensibili, la sicurezza non può essere un dettaglio tecnico da sistemare dopo. Diventa parte della responsabilità giuridica.

DEEPFAKE, RICONOSCIMENTO FACCIALE E GOVERNANCE

Un capitolo molto delicato riguarda i deepfake. Con questo termine si indicano immagini, video o audio generati artificialmente per simulare persone reali, alterare dichiarazioni, costruire contenuti falsi o manipolare la percezione pubblica.
Il decreto introduce un nuovo reato con sanzioni fino a cinque anni per la diffusione senza consenso di immagini e audio generati artificialmente. Il tema non è soltanto individuale. I deepfake possono danneggiare la reputazione, influenzare decisioni economiche, falsificare l’informazione, colpire carriere professionali e diventare strumenti di ricatto o propaganda.
La disciplina sulla sicurezza pubblica è ancora più sensibile. Il secondo decreto regola l’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine, con particolare attenzione al riconoscimento biometrico, cioè ai sistemi che identificano una persona attraverso caratteristiche fisiche come il volto.
Il riconoscimento biometrico in tempo reale sarà ammesso solo in casi limitati, coerenti con le eccezioni previste dall’AI Act europeo: minacce gravi alla sicurezza pubblica, ricerca di persone scomparse e contrasto alla tratta di persone. Sarà richiesta l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, o del pubblico ministero nei casi urgenti, con successiva convalida. L’utilizzo avrà un limite temporale di quindici giorni, prorogabile con motivazione.
Il decreto vieta anche l’uso di banche dati costruite con scraping non mirato dal web. Lo scraping è la raccolta automatizzata di informazioni online. In questo caso il punto è evitare archivi biometrici costruiti pescando immagini indiscriminatamente da internet.
Per il riconoscimento facciale a posteriori, cioè dopo la commissione di un reato, l’uso sarà possibile su documentazione video-fotografica e sulla base di elementi oggettivi e verificabili. Nessuna decisione pregiudizievole potrà fondarsi soltanto sull’output del sistema.
Sono previsti log non modificabili, valutazioni d’impatto sui diritti fondamentali e notifiche al Garante della privacy. Sono garanzie necessarie, perché il riconoscimento facciale tocca direttamente libertà individuali, sorveglianza, presunzione di innocenza e controllo democratico.
La governance sarà affidata a due soggetti principali. AgID, l’Agenzia per l’Italia digitale, sarà autorità di notifica. ACN, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, sarà autorità di vigilanza del mercato e punto di contatto unico verso le istituzioni europee.
Questa struttura serve a trasformare l’AI Act da cornice europea a sistema operativo nazionale. Regole, ispezioni, sanzioni, controlli, sandbox e responsabilità diventano strumenti concreti. Le sandbox sono ambienti controllati in cui sperimentare tecnologie innovative sotto supervisione.
Restano però alcune aree ancora aperte. Non emerge una disciplina organica sull’uso dell’intelligenza artificiale nei media e nell’informazione. Mancano anche norme specifiche sulla trasparenza degli algoritmi usati nelle decisioni amministrative. Restano inoltre interrogativi sulla gestione concreta dei database biometrici: chi li conserverà, con quali controlli e con quali garanzie.
Il passaggio resta comunque rilevante. L’Italia prova a costruire un equilibrio tra innovazione e diritti, tra sicurezza e libertà, tra uso dell’AI e responsabilità umana. È un equilibrio difficile, perché la tecnologia promette efficienza, ma può anche concentrare potere e ridurre trasparenza.
La sfida sarà applicare queste regole senza trasformarle in burocrazia vuota e senza lasciare zone grigie troppo ampie. L’intelligenza artificiale non è più un tema da futuro remoto. È già dentro uffici, scuole, ospedali, imprese, piattaforme digitali e apparati di sicurezza.
Governarla non significa bloccarla. Significa decidere dove sia utile, dove sia rischiosa, chi risponda degli errori e quali diritti restino intoccabili. Perché una tecnologia intelligente non sostituisce la responsabilità umana. La rende ancora più necessaria.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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