TV7 NEXT - IL DOOMSCROLLING
PERCHÉ USIAMO I SOCIAL PER STARE MEGLIO E OTTENIAMO L’EFFETTO OPPOSTO
Il doomscrolling non è più solo una parola curiosa, ma un comportamento diffuso e sempre più studiato. In Italia, secondo il Digital Wellbeing Report di Unobravo, oltre il 54% delle persone utilizza i social nei momenti di stress, con l’obiettivo di sentirsi meglio. Una sorta di automedicazione digitale che però, nella maggior parte dei casi, non funziona.
Il problema è strutturale. I social non sono progettati per calmare, ma per catturare l’attenzione. E lo fanno sfruttando dinamiche psicologiche profonde, come il cosiddetto “bias di negatività”, cioè la tendenza del cervello umano a dare più peso alle informazioni negative rispetto a quelle positive.
Questo significa che contenuti legati a crisi, problemi o conflitti risultano più coinvolgenti. E quindi vengono mostrati di più. Il risultato è un flusso continuo di informazioni che mantiene alta l’attenzione, ma anche lo stato di allerta.
Gli effetti sono concreti. Il 40% dei giovani adulti segnala un impatto negativo sulla salute mentale. Il 30% associa l’uso dei social a un aumento di ansia e stress. E una quota significativa dichiara un peggioramento dell’autostima.
Anche la ricerca scientifica conferma il fenomeno. L’Università Niccolò Cusano ha validato la prima scala italiana per misurare il doomscrolling, evidenziando una correlazione diretta con stress e insoddisfazione. Studi internazionali mostrano come questo comportamento si inserisca in un circolo vizioso: l’ansia spinge a cercare informazioni, che a loro volta alimentano nuova ansia.
TRA ALGORITMI E COMPORTAMENTI: UNA QUESTIONE NON SOLO INDIVIDUALE
Ridurre il doomscrolling a una semplice cattiva abitudine sarebbe una semplificazione. Il fenomeno è il risultato di un’interazione tra comportamento umano e architettura tecnologica.
Da un lato ci sono gli utenti, che cercano distrazione, connessione, conforto. Dall’altro ci sono piattaforme progettate per massimizzare il tempo di permanenza. Feed infiniti, notifiche, suggerimenti personalizzati: ogni elemento contribuisce a prolungare l’esperienza.
Non sorprende, quindi, che molti utenti fatichino a interrompere questo ciclo. Più del 50% dei giovani dichiara di trascorrere online più tempo del previsto, mentre una quota significativa ammette di utilizzare i social anche durante la notte.
C’è poi una dimensione sociale e territoriale. Le differenze tra città e aree del Paese suggeriscono che il tempo trascorso online sia influenzato anche dalle opportunità disponibili offline. Dove mancano alternative, il digitale tende a occupare più spazio.
Questo rende il tema ancora più complesso. Non basta invitare a “usare meno i social”. Serve una riflessione più ampia che coinvolga educazione digitale, progettazione delle piattaforme e consapevolezza collettiva.
Il punto non è demonizzare la tecnologia, ma comprenderne gli effetti. E soprattutto riconoscere che il benessere digitale non è solo una responsabilità individuale, ma anche una questione di sistema.
Perché se continuiamo a cercare sollievo nello stesso spazio che genera disagio, il rischio è di restare intrappolati in un meccanismo che conosciamo bene, ma che fatichiamo ancora a cambiare.
Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.