TV7 NEXT - IL LAVORO E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L’intelligenza artificiale continua a essere raccontata in due modi opposti. Da una parte viene descritta come una leva formidabile per aumentare la produttività e accelerare la crescita economica. Dall’altra come una minaccia diretta per l’occupazione, soprattutto nei lavori più esposti all’automazione. Ma se si guarda alle evidenze empiriche più recenti, il quadro è più articolato.Un’analisi pubblicata da Stefano da Empoli su Nextwork360 raccoglie e mette a confronto studi macroeconomici e microeconomici relativi soprattutto agli Stati Uniti e all’Europa. Il risultato è un bilancio prudente: gli effetti dell’AI sul lavoro esistono, ma sono ancora disomogenei, parziali e molto diversi a seconda dei settori, dell’età dei lavoratori e del modo in cui le imprese adottano la tecnologia.
Produttività in crescita, ma non ovunque
Negli Stati Uniti i dati economici del 2025 hanno riacceso l’ottimismo di molti economisti. Alcuni indicatori mostrano un aumento della produttività superiore alle attese, e una parte del dibattito attribuisce questo miglioramento proprio alla diffusione dell’intelligenza artificiale. Tuttavia la relazione non è ancora così lineare.
Una parte della crescita potrebbe infatti derivare non tanto dall’uso quotidiano dell’AI nei processi lavorativi, quanto dai grandi investimenti in infrastrutture, in particolare data center e hardware. Inoltre, se è vero che l’adozione dell’AI sta crescendo rapidamente, l’intensità d’uso resta ancora relativamente limitata: molte persone la utilizzano soprattutto per traduzioni, revisione di testi, ricerca di informazioni o compiti di supporto, senza sfruttarne ancora le potenzialità più avanzate.
Anche in Europa i dati disponibili parlano di effetti positivi ma moderati. Alcuni studi citati nell’analisi stimano un aumento medio della produttività del lavoro intorno al 4%, concentrato però soprattutto nelle imprese di maggiori dimensioni e senza effetti omogenei in tutti i comparti.
I segnali più netti arrivano dal mercato del lavoro
Se sul piano macroeconomico il quadro resta ancora in evoluzione, sul piano occupazionale emergono segnali più precisi. In particolare, diversi studi statunitensi rilevano una dinamica sfavorevole per i lavoratori più giovani nelle professioni maggiormente esposte all’AI.
Tra la fine del 2022 e il 2025, nei lavori ad alta esposizione – come sviluppo software di base, servizio clienti e alcune attività amministrative – i lavoratori tra i 22 e i 25 anni hanno registrato cali occupazionali, mentre nelle stesse professioni i lavoratori più esperti sono rimasti stabili o in crescita.
Questo suggerisce che l’intelligenza artificiale non stia soltanto cambiando il contenuto del lavoro, ma stia incidendo soprattutto sulle posizioni di ingresso, quelle in cui normalmente si accumula esperienza.
Un altro elemento importante riguarda la distinzione tra automazione e potenziamento. Dove l’AI sostituisce compiti standardizzati, gli effetti occupazionali possono essere più negativi. Dove invece affianca il lavoratore e ne aumenta la capacità operativa, gli effetti risultano più favorevoli. Alcuni studi mostrano perfino che l’AI può ridurre i divari di produttività tra lavoratori con livelli di istruzione diversi, aiutando di più chi parte da una base meno solida.
Il punto, quindi, non è soltanto se l’AI sostituirà o meno il lavoro umano. Il punto è come verrà integrata nelle organizzazioni.
L’analisi converge infatti su una conclusione abbastanza chiara: servono investimenti nei processi di adozione, formazione diffusa, accesso equo agli strumenti e accompagnamento organizzativo. Upskilling e reskilling non sono più parole da convegno, ma condizioni operative per evitare che la trasformazione tecnologica produca nuove disuguaglianze.
L’intelligenza artificiale può aumentare la produttività, ma non lo fa automaticamente. E può anche comprimere alcune opportunità di lavoro, soprattutto per i più giovani, se non viene governata con attenzione.
La vera sfida, oggi, non è soltanto introdurre l’AI nelle imprese. È farlo senza scaricare i costi dell’innovazione sui lavoratori più esposti.
Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.