notizie / 19/01/2026 15:05

TV7 NEXT - PLASTICA CHE BRUCIA NEL FUOCO

Opportunità e plastica, oggi, finiscono nella stessa frase per una ragione scomoda: in molte parti del mondo la plastica non è solo un rifiuto, ma una fonte di energia quotidiana. Non per scelta ideologica o creativa, bensì per necessità.

Un nuovo studio internazionale pubblicato su Nature Communications porta alla luce una pratica diffusa e poco visibile. In numerose aree urbane a basso reddito, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, la plastica viene bruciata ogni giorno per cucinare, riscaldarsi o tenere lontani gli insetti. Una soluzione di emergenza che racconta molto più della povertà dei materiali: racconta la povertà delle alternative.

La ricerca ha coinvolto oltre mille persone in 26 Paesi. Non cittadini qualunque, ma ricercatori, operatori pubblici e leader di comunità che lavorano a stretto contatto con quartieri urbani vulnerabili. Una prospettiva interna, che osserva ciò che accade realmente dentro le case, lontano dalle statistiche ufficiali. Un dato emerge con forza: una persona su tre dichiara di sapere che nel proprio quartiere si brucia plastica. Molti lo hanno visto accadere. Una parte più piccola, ma significativa, ammette di averlo fatto in prima persona.

Una crisi ambientale che nasce in casa

Qui la plastica non serve a “smaltire rifiuti”. Serve a vivere. Sacchetti, imballaggi, bottiglie diventano combustibile per fornelli improvvisati, fuochi a tre pietre o stufe rudimentali. La combustione avviene spesso in ambienti chiusi o densamente popolati, con fumi tossici che ristagnano nell’aria domestica. A subirne le conseguenze sono soprattutto donne, bambini, anziani e persone con disabilità, cioè chi passa più tempo negli spazi chiusi.

Dal punto di vista chimico, il rischio è elevatissimo. La combustione di plastiche miste, e in particolare del PVC, il polivinilcloruro, libera diossine e furani. Si tratta di sostanze altamente tossiche, persistenti nell’ambiente e capaci di accumularsi nella catena alimentare. Gli studi le collegano a tumori, disturbi riproduttivi e danni al sistema immunitario. Non a caso, il PVC risulta tra i materiali più frequentemente bruciati.

Il problema non si limita all’aria. Le sostanze rilasciate si depositano su coltivazioni, suolo e fonti d’acqua, trasformando una pratica quotidiana in una crisi sanitaria silenziosa e continua. Secondo i ricercatori, vietare o stigmatizzare non funziona. Questa pratica è il sintomo di cause strutturali: povertà energetica, combustibili puliti inaccessibili, sistemi di gestione dei rifiuti insufficienti.

Con l’uso globale della plastica destinato a triplicare entro il 2060, senza interventi mirati il numero di persone costrette a bruciarla per sopravvivere rischia di crescere insieme ai rifiuti. E allora la plastica nel fuoco smette di essere un paradosso ambientale e diventa una cartina di tornasole delle disuguaglianze globali.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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