notizie / 26/07/2026 15:43

TV7 NEXT - ECONOMIA BLU

L’economia blu è l’insieme delle attività economiche legate al mare e agli oceani: pesca, acquacoltura, turismo costiero, portualità, trasporti marittimi, energia rinnovabile offshore, biotecnologie marine e servizi ecosistemici. Per anni il tema è stato soprattutto rendere queste attività più sostenibili. Oggi, però, il dibattito si sta spostando verso un concetto più ambizioso: la transizione rigenerativa.
Economia blu rigenerativa significa andare oltre la semplice riduzione dell’impatto. Non basta inquinare un po’ meno, consumare un po’ meno, pescare un po’ meglio. Serve costruire modelli economici capaci di ripristinare ecosistemi, rafforzare comunità costiere, proteggere biodiversità e garantire sicurezza alimentare.
Un articolo dell’EU Blue Economy Observatory, l’osservatorio europeo sull’economia blu, rilancia un report del World Economic Forum che individua sei fattori decisivi per questa transizione: tre acceleratori e tre freni. La distinzione è utile perché mostra bene la fase in cui ci troviamo. Da una parte il mare sta diventando sempre più centrale nelle politiche globali. Dall’altra, gli ostacoli ambientali, finanziari e geopolitici rischiano di rallentare il cambiamento.
Il primo acceleratore è la crescente importanza geopolitica dell’oceano. Il mare non viene più letto soltanto come vittima del cambiamento climatico, ma come parte della soluzione. Gli oceani assorbono calore, regolano il clima, ospitano biodiversità, sostengono la pesca, permettono rotte commerciali e offrono spazio per l’energia rinnovabile offshore.
La guerra energetica, la sicurezza degli approvvigionamenti e la necessità di accelerare sulle rinnovabili hanno reso il mare molto più strategico. L’eolico offshore, cioè gli impianti eolici installati in mare, sta crescendo in Europa e in Asia anche per ragioni di sicurezza energetica. Il problema è che questa nuova centralità non garantisce automaticamente maggiore tutela per le comunità costiere più esposte.

TRE SPINTE POSITIVE: GEOPOLITICA, TECNOLOGIA E FINANZA

La seconda spinta arriva dalla tecnologia. I costi dell’osservazione oceanica stanno diminuendo. Satelliti, droni, sistemi di monitoraggio delle imbarcazioni, campionamento del DNA ambientale e intelligenza artificiale permettono di controllare meglio il mare, individuare attività illegali e analizzare lo stato degli ecosistemi.
Il DNA ambientale è il materiale genetico lasciato dagli organismi nell’ambiente, per esempio nell’acqua. Analizzarlo permette di capire quali specie siano presenti in un’area senza doverle necessariamente catturare o osservare direttamente. Per la tutela degli ecosistemi marini è uno strumento molto potente.
Queste tecnologie possono essere decisive soprattutto per le comunità locali. Un tempo il monitoraggio avanzato era riservato a governi, grandi imprese o centri di ricerca molto finanziati. Oggi strumenti più economici e accessibili possono permettere anche a comunità costiere, isole remote e piccoli operatori di documentare pesca illegale, cambiamenti negli stock ittici e danni ambientali.
Accanto al monitoraggio, si stanno diffondendo anche tecnologie più pratiche: catene del freddo alimentate da energia solare, piccole imbarcazioni elettriche, sistemi fotovoltaici per villaggi costieri e infrastrutture leggere per migliorare qualità, conservazione e valore del pescato. La tecnologia, se distribuita bene, può ridurre il divario tra grandi attori industriali e comunità che vivono davvero il mare.
La terza spinta riguarda la finanza. Crescono strumenti come i blue bond, cioè obbligazioni pensate per finanziare progetti legati al mare, e gli scambi debito-natura, in cui una parte del debito di uno Stato viene rinegoziata in cambio di impegni per conservazione e ripristino ambientale. Si parla anche di finanza mista, o blended finance, quando risorse pubbliche, private e filantropiche vengono combinate per sostenere progetti che da soli non attirerebbero abbastanza capitale privato.
Questi strumenti possono essere importanti perché molti progetti rigenerativi richiedono tempi lunghi. Ripristinare una mangrovia, ricostruire habitat costieri, proteggere barriere coralline o sostenere pesca artigianale non produce ritorni immediati come una speculazione finanziaria. Serve capitale paziente, capace di accettare tempi coerenti con quelli degli ecosistemi.
Il report sottolinea però che il riconoscimento del valore delle comunità locali non si traduce ancora abbastanza nelle decisioni. Le comunità che dipendono dal mare spesso restano fuori dai tavoli in cui si decide chi governi, chi investa e chi benefici delle risorse oceaniche.

TRE FRENI: COOPERAZIONE FRAGILE, ECOSISTEMI AL LIMITE E CAPITALI SBAGLIATI

Il primo grande ostacolo è la crisi del multilateralismo. Multilateralismo significa cooperazione tra più Stati attraverso accordi, istituzioni e regole condivise. Nel caso del mare è essenziale, perché gli oceani non rispettano i confini politici. Pesci, correnti, inquinamento, rotte e riscaldamento marino attraversano giurisdizioni diverse.
Proprio mentre servirebbe più cooperazione, l’architettura internazionale appare più fragile. Il report richiama le tensioni attorno alla regolazione ambientale, alla decarbonizzazione del trasporto marittimo, allo sfruttamento delle risorse nell’Artico e al dibattito sul deep-sea mining, cioè l’estrazione mineraria dai fondali oceanici profondi. Sono temi che possono dividere governi, imprese e comunità scientifica.
Il secondo ostacolo riguarda i punti di non ritorno ecologici. Gli oceani si stanno avvicinando a soglie climatiche oltre le quali anche la migliore gestione locale potrebbe non bastare. Le barriere coralline, per esempio, rischiano eventi di sbiancamento sempre più frequenti. L’Artico si avvicina a estati senza ghiaccio. Gli stock ittici si spostano verso i poli man mano che le acque si riscaldano.
Questo significa che conservazione e gestione locale restano essenziali, ma non possono sostituire la riduzione delle emissioni globali. Una barriera corallina può essere protetta dalla pesca distruttiva e dall’inquinamento locale. Ma se la temperatura dell’acqua supera la soglia biologica di tolleranza, l’ecosistema entra comunque in crisi.
Qui il mare mostra il suo doppio volto. È vittima del cambiamento climatico, ma anche alleato nella risposta. Gli oceani sono il più grande serbatoio naturale di carbonio del Pianeta. Senza il loro ruolo, la stabilizzazione climatica sarebbe ancora più difficile. Ma chiedere al mare di assorbire tutto, mentre si continua a stressarlo, è come pretendere che un pronto soccorso curi tutti mentre gli si tolgono medici, letti e corrente elettrica.
Il terzo ostacolo è il capitale che non va dove servirebbe. Secondo il report, gli investimenti nelle attività oceaniche rigenerative restano una frazione di quanto necessario. Alcuni strumenti finanziari “blu” rischiano di essere tali solo nell’etichetta, senza un vero impatto sul ripristino degli ecosistemi. È il problema del bluewashing, simile al greenwashing: usare il linguaggio della sostenibilità marina senza cambiare davvero sostanza e risultati.
Per chi investe, i progetti rigenerativi possono sembrare lenti, complessi e meno redditizi nel breve periodo. Per gli ecosistemi, però, il tempo lungo non è un difetto: è la condizione normale. Una mangrovia non si rigenera al ritmo di un trimestre finanziario. Una popolazione ittica non si ricostruisce perché lo richiede un bilancio annuale.
La transizione rigenerativa dell’economia blu richiede quindi non solo più denaro, ma denaro diverso: filantropia strategica, investimenti pazienti, finanza mista, fondi pubblici ben orientati e criteri di impatto seri. Il mare ha bisogno di capitali capaci di misurare non solo il rendimento economico, ma anche biodiversità, resilienza costiera, sicurezza alimentare e benefici per le comunità.
Il messaggio finale è chiaro. Il mare è sempre più centrale per clima, energia, cibo, commercio e geopolitica. Proprio per questo non può essere trattato solo come una piattaforma economica da sfruttare meglio. Serve una transizione che rigeneri ciò che è stato impoverito.
L’economia blu del futuro non potrà essere giudicata solo da fatturato, tonnellate movimentate, megawatt installati o numero di turisti. Dovrà essere misurata anche dalla salute degli ecosistemi, dalla qualità della vita delle comunità costiere, dalla protezione della biodiversità e dalla capacità di ridurre le emissioni.
La vera domanda non è quanta ricchezza possiamo estrarre dal mare. È quanta ricchezza possiamo creare lasciando il mare più vivo, più stabile e più capace di sostenere il futuro. Questa è la differenza tra sfruttamento, sostenibilità e rigenerazione.

Servizio a cura di Claudia Chasen, redazione TV7.

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